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Tutti i riflettori puntati sui bond.

In seguito allo shock iniziale e contrariamente alle aspettative, la nuova amministrazione Trump finora è stata accolta in modo decisamente positivo dai mercati finanziari. In seguito alla vittoria, Trump si è espresso con un tono molto più conciliante del previsto fin dal primo discorso post-elezioni, abbandonando l’atteggiamento ostile che aveva mantenuto durante tutta la campagna elettorale.

a cura della redazione Volcharts.com

Michael Boye, Fixed Income Trader di Saxo Bank, spiega che i mercati stanno apparentemente scontando le sue promesse di un programma di crescita, che include tagli fiscali, nuovi investimenti in infrastrutture e deregolamentazione finanziaria. La maggiore fiducia nelle prospettive di crescita unita alle aspettative riguardanti l’aumento dell’inflazione si sono tradotte in un’impennata dei rendimenti dei Titoli di Stato dei mercati sviluppati.
I rendimenti dei bond del Tesoro Americano sono negoziati ai livelli più alti di quest’anno, toccati lo scorso gennaio. I rendimenti dei Titoli di Stato sono cresciuti e si attestano al 2,22% (rendimenti a 10 anni) e sopra al 3% (rendimenti a 30 anni).

I rendimenti a 2 anni, che rappresentano una migliore indicazione della direzione della politica di breve termine della Federal Reserve, hanno superato la soglia dell’1% - un traguardo che non veniva raggiunto da molti anni – spiega Michael Boye -.
Per quanto riguarda la Federal Reserve, le probabilità di rialzo dei tassi in occasione del meeting di dicembre sono salite al 92%, una crescita sorprendente rispetto al dato del 40% diffuso in seguito all’inatteso risultato delle elezioni. Poiché l’espansione fiscale verrebbe con ogni probabilità finanziata da grandi deficit di bilancio, la Fed potrebbe portare avanti una politica di repressione finanziaria, mantenendo artificialmente i tassi bassi per contenere i costi di finanziamento.

Questo in particolare potrebbe accadere se perdesse parte della sua indipendenza – che rappresenta una delle preoccupazioni principali legate alla presidenza Trump. Mentre Trump, come candidato, avrebbe avuto buone ragioni per affermare che quella degli Stati Uniti sia una “bubble economy”, Trump, come presidente, non vorrebbe mai rappresentare il suo fattore scatenante.

Mentre la prospettiva di una maggiore inflazione alimentata dal debito è una minaccia incombente per l’economia americana (oltretutto ben nota), nel periodo post-crisi ha rappresentato un fattore di scarsa (se non addirittura nulla) rilevanza per i tassi di interesse degli USA – spiega Michael Boye -. Le politiche riguardanti le barriere commerciali e l’immigrazione difficilmente possono stimolare la crescita e questo infatti aveva alimentato le preoccupazioni degli investitori. Restiamo però in attesa di scoprire se anche queste politiche verranno messe in un angolo come effetto del nuovo approccio conciliante.

I mercati emergenti, invece, non hanno preso parte ai festeggiamenti, poiché l’incremento dei tassi di interesse e dello USD ha riportato alla luce le preoccupazioni riguardanti il debito estero di Paesi come la Russia e il Brasile. Così, il Credit Default Swap a 5 anni sul Brasile, denominato in USD, è salito a 312 punti base, dal minimo di 245 punti basi dell’inizio di quest’anno – conclude Michael Boye -. Neanche la Russia, che con ogni probabilità è in attesa di una politica di distensione con la Casa Bianca che potrebbe limare le sanzioni a carico del Paese, ha tirato un sospiro di sollievo. I suoi bond con scadenza 2014, sempre denominati in USD, sono precipitati da un prezzo pari a 119 al livello attuale pari a 106.

Se la storia può fare da guida e se, per le suddette ragioni, il rally dei rendimenti negli Stati Uniti dovessero subire un’inversione di marcia, questi mercati potrebbero offrire opportunità interessanti agli investitori nel breve termine.

#Bond #Trump

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