Tassi fermi in Gran Bretagna

Tassi fermi in Gran Bretagna. Come si muove l’economia?

Anche la Gran Bretagna lascia i tassi fermi. Il board guidato da Mark Carney ha evidenziato come i dati economici recenti abbiano suggerito che l'economia stia crescendo leggermente di più di quanto previsto nel periodo immediatamente successivo al referendum di giugno.

a cura della redazione Volcharts.com

Nelle minute si legge che il comitato ora si aspetta un minor rallentamento del Pil nella seconda metà del 2016. Le attese sono per una crescita dello 0,3% nel terzo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti, contro una previsione di agosto dello 0,1 per cento.

Ma come si muoverà l’economia nei prossimi mesi? Un’analisi completa ci arriva dall’Ufficio Studi della Confindustria, che mette in evidenza come dopo la storica e clamorosa Brexit, che rimarrà a lungo una notevole fonte di insicurezza, e il fallito tentativo di formare un governo in Spagna, l’autunno rimanga denso di appuntamenti che costituiscono altrettante incognite: il referendum xenofobo ungherese, la ripetizione delle presidenziali in Austria e l’elezione del futuro inquilino della Casa Bianca in USA, la consultazione popolare in Italia sulla nuova Costituzione. Nel 2017 ci saranno i passaggi cruciali delle presidenziali in Francia e delle politiche in Germania e nei Paesi Bassi. L’andamento dell’economia non solo interagisce strettamente e nei due sensi con tale quadro politico incerto, ma di per sé si rivela più fragile dell’atteso. Una serie di fattori sta concretizzando, anche nei paesi considerati più dinamici, la temuta stagnazione secolare: rallentamento e invecchiamento demografici, minori guadagni di produttività generati dalle attuali innovazioni, dispersione di capitale umano a causa dell’alta disoccupazione, ridotto tasso di accumulazione del capitale, rallentamento fisiologico della Cina, strisciante protezionismo.

La crescita mondiale di produzioni e commerci ne risente significativamente. Ante-crisi il PIL aumentava del 3,2% annuo e gli scambi di beni del 6,8%. Ora non vanno oltre il 2,4% il primo e l’1,8% i secondi. Questo significa che nessuno può far conto sul traino degli altri per uscire dal proprio stallo e che tutti devono impegnarsi, in modo coordinato, a realizzare nuove politiche per la crescita. Ciò vale in particolare per l’Eurozona. Nel contesto di accresciuta turbolenza globale l’economia italiana presenta una debolezza superiore all’atteso. La risalita del PIL si è arrestata già nella scorsa primavera. Gli ultimi indicatori congiunturali non puntano a un suo rapido riavvio, piuttosto confermano il profilo piatto.

Il Centro Studi Confindustria semplicemente incorpora nelle nuove previsioni i dati recenti. I rischi si mantengono verso il basso. La crescita indicata per il 2017, sebbene già del tutto insoddisfacente, non è scontata e va conquistata. L’evoluzione recente fa riemergere con forza la questione del divario di crescita tra l’Italia e gli altri paesi europei, che pure in media non sono brillanti. Prima, durante e dopo la Grande recessione (che nel Paese è stata più intensa e lunga) si è accumulato un distacco molto ampio: tra il 2000 e il 2015 il PIL è aumentato del 23,5% in Spagna, del 18,5% in Francia e del 18,2% in Germania, mentre è calato dello 0,5% in Italia. Le dinamiche in corso sentenziano che le distanze stanno aumentando ancor più rapidamente. Sul piano dell’avanzamento economico, il Paese ha alle spalle un quindicennio perduto. Il tempo sprecato si allunga notevolmente se si considera il prodotto per abitante, indicatore perfettibile ma significativo di benessere.

Ai ritmi attuali di incremento del prodotto, l’appuntamento con i livelli lasciati nel 2007 è rinviato al 2028 mentre non verrà mai riagguantato il sentiero di crescita che si sarebbe avuto proseguendo con il passo precedente, pur lento. La crisi, infatti, ha comportato un netto abbassamento del potenziale di crescita italiano, che nelle stime dell’FMI è sceso dall’1,2% allo 0,7%. Oltre ad aver diminuito l’utilizzo della capacità produttiva ancora esistente.
Per ottenere una crescita maggiore, dunque, occorre lavorare su due fronti: quello della rimozione degli ostacoli che intralciano il pieno sfruttamento del potenziale che c’è e quello dell’ampliamento di questo potenziale.
L’elenco degli ostacoli comprende il credito (la cui contrazione sta proseguendo), l’edilizia (ancora in stallo) e la minore competitività (causata dallo sganciamento del costo del lavoro dalla produttività).

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