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Post Brexit: i primi timori e le prime soluzioni.

Torniamo a parlare della Brexit. Passano i giorni e le settimane, ma l’evento continua ad essere più vicino che mai. Oggi, infatti, sembra che si inizino a delineare quelli che potrebbero essere gli sviluppi futuri per la Gran Bretagna. La Bri, Banca dei regolamenti internazionali, ha messo in evidenza che il Regno Unito è senza dubbio uno dei centri nevralgici per la finanza internazionale.

a cura della redazione Volcharts.com

Il paese ha un ruolo di primo piano per tutte le operazioni finanziarie, anche in euro, e molte di queste vengono effettuate da banche straniere che hanno filiali nel paese. L’interdipendenza tra Londra e il resto dell’Europa è quindi molto evidente. Ma cosa potrebbe accadere adesso? C’è un effettivo rischio che molte istituzioni finanziarie si allontanino dalla Gran Bretagna e cerchino una nuova sede? Alcuni gruppi finanziare ci avrebbero già pensato. Ma parliamo di cifre. Nel primo trimestre del 2016 le banche con una sede nel Regno Unito hanno riportato finanziamenti transfrontalieri per 4.500 miliardi di dollari, sopra quelle in Giappone e Stati Uniti. Inoltre il paese ha ricevuto crediti transfrontalieri per 3.800 miliardi, subito dopo gli Stati Uniti (4.800 miliardi). La gran parte (due terzi) sono finanziamenti interbancari.

Inoltre una parte sostanziale del business delle banche straniere nel Regno Unito è attuata tramite filiali locali piuttosto che con operazioni transfrontaliere. I prestiti dall’estero a imprese o famiglie britanniche erano a 2400 miliardi alla fine di marzo di cui due terzi con prestiti operati sul posto. Si tratta innanzitutto di banche statunitensi (460 miliardi), tedesche 404 miliardi) e spagnole (396 miliardi). Le banche europee, rappresentano il 56% del totale dei prestiti.
Gli investimenti esteri sul suolo di Sua Maestà sono aumentati dell’11% nell’ultimo anno. Si aggiunga che le vendite al dettaglio sono cresciute dell’1,4% a luglio (che vuol dire + 5,9% su base annua, numeri da boom economico), che le richieste di sussidio di disoccupazione sono scese di 8.600 unità, che la fiducia dei consumatori è aumentata del 5% nei mesi estivi, che l’indice dei direttori acquisiti (l’indice composito dell’attività manifatturiera di un Paese) è ai massimi da vent’anni a questa parte, che la Borsa di Londra è cresciuta del 10% dopo lo scivolone di giugno e che anche la sterlina è in forte recupero. Ma quali potrebbero essere le altre conseguenze della Brexit? Iniziamo con lo specificare che il 31% del prodotto interno lordo britannico viene speso nell’acquisto di cibi e servizi importati: la sterlina debole li ha fatti diventare più cari. Alcuni esperti ritengono che questo possa tradursi in decisivo aumento del tasso di inflazione. Ovviamente i primi a risentirne saranno i consumatori: ricordiamo che attualmente il tasso è pari allo 0,6%. In poche parole l’uomo comune, quando andrà a fare la spesa, dovrà spendere di più. Aumentare le spese per i prodotti comuni, ridurrà la disponibilità economica per poter fare degli investimenti e per effettuare acquisti di beni prodotti nel proprio Paese.

Si innesterà, quindi, un circolo vizioso potenzialmente senza fine. L'incertezza che ha caratterizzato gli ultimi mesi potrebbe fare ulteriori danni. Il fatto che ancora non si conoscano la tempistica e le linee strategiche dei negoziati per portare Londra fuori dall'UE è un motivo più che sufficiente a rallentare gli investimenti: meglio aspettare che il futuro sia più prevedibile che immettere sul mercato capitali proprio in questa fase. Subito dopo l’esito del referendum pro-Brexit, l’ex cancelliere George Osborne aveva annunciato l’intenzione di abbassare la percentuale di tassazione alle imprese al 15% per mitigare l’effetto dell’addio all’Unione europea. Al momento la Gran Bretagna ha una corporate tax del 20%, che secondo il programma dovrebbe diminuire al 19% nell’aprile 2017, fino a scendere al 17% entro il 2020. Lo ha confermato Philip Hammond, Cancelliere allo scacchiere di Sua Maestà, durante il vertice Ecofin con i suoi colleghi europei.  Vediamo se questa mossa servirà ad aiutare l’economia.

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