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Petrolio, prove rialziste di inversione.

In apparenza, sembra che la ripresa dei prezzi petroliferi sia saldamente in atto, segnalando la fine del trend ribassista dei prezzi del greggio  dopo due anni di incisiva flessione maturata in un contesto di offerta eccessiva. Tuttavia, un particolare indicatore sta mandando segnali per una prossima fase di turbolenza dei prezzi, ancora difficile da valutare.

La concentrazione dei prezzi intorno a quota 50 dollari al barile evidenziata lo scorso mese ha permesso un ritorno ad una situazione tecnica cosiddetta CONTANGO, per la quale i prezzi dei contratti “future”, nello specifico a 12 mesi, risultano essere superiori rispetto allo spot. Una situazione tecnica del tutto normale che da luogo ad una curva forward inclinata verso l’alto. 

Ovviamente ne consegue che le consegne sul breve termine tenderanno ad essere più economiche di quelle ad un anno, la cui differenza è quasi duplicata per effetto del quasi raddoppio dei prezzi tra i prezzi attuali e mi nimi dello scorso gennaio, quando il future sul Brent passava di mano a poco meno di 28 dollari al barile.

Implicitamente questo forte divario tra il prezzo future con scadenza 12 mesi e le consegne attuali, potrebbe essere  un segnale che la domanda dei raffinatori sia in esaurimento, ma è ancora presto per dirlo, perché una cosa analoga successe nella primavera del 2015, ma dopo una fragile ripresa il petrolio lascio subì un successivo collasso dei prezzi.

Tecnicamente sembra che il mercato del greggio stia delineando una fase di riequilibrio, ma la volatilità resta ancora elevata, per cui potremmo assistere ancora ad un estremo disordine, con il mercato che porti all’estremo le tensione sui prezzi prima di correggere nuovamente. 

L'interrogativo che mette in ansia gli investitori è che l’attuale espansione della fase CONTANGO possa invece riflettere un moderato rialzo della domanda stagionale, unitamente alle preoccupazioni generate dalla BREXIT.

In sintesi una fase CONTANGO significa avere un mercato in eccesso di offerta, giustificata peraltro dai numeri globali sul petrolio che, al di fuori della produzione statunitense, evidenziano proprio una situazione di eccesso di offerta in tutto il mondo e non esclude a priori nuovi ribassi futuri, come già successo la scorsa estate, quando i prezzi dopo una velleitaria reazione da quota 53, sprofondarono verso i minimi del 20 gennaio scorsa a 27,77 dollari al barile.

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a cura della redazione Volcharts.com

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