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Petrolio di nuovo in discesa. Cosa aspettarsi adesso?

Torniamo a puntare i riflettori sul petrolio. Il greggio ha annullato i rialzi messi a segno dalla fine di settembre in poi, sulle aspettative che ogni decisione Opec per diminuire l'offerta non venga poi implementata in modo efficiente e non sia comunque seguita da tagli produttivi da parte della Russia, terzo maggior esportatore mondiale di greggio.

a cura della redazione Volcharts.com

Molte case di brokeraggio prevedono il greggio sotto i 45 dollari a fine anno. E un eventuale aumento dei tassi d'interesse americani dopo le elezioni presidenziali potrebbe ulteriormente infierire sulle quotazioni, dicono gli analisti.

Il Bloomberg Commodity Index, che rileva le performance delle principali materie prime, ha fatto segnare la peggiore settimana da quattro mesi a questa parte, con il settore dell’energia in calo del 9% e sia il petrolio che il gas naturale tartassati.

Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank, spiega che dopo aver continuato quest’anno a sostenere il mercato a parole in svariate occasioni, l’Opec ha finalmente promesso di intervenire lo scorso 28 settembre durante la riunione di Algeri. I dettagli di un accordo per tagliare la produzione avrebbero dovuto essere annunciati al meeting dell’Opec del 30 novembre. Questo avrebbe lasciato al cartello tempo in abbondanza per definire i dettagli relativi a chi e quanto avrebbe dovuto tagliare.

Al Congresso Mondiale sull’Energia di Istanbul, lo scorso 10 ottobre, Vladimir Putin ha dato indicazione che la Russia era pronta insieme all’Opec a limitare la produzione di petrolio, sia attraverso un congelamento della produzione sia con tagli. In conseguenza di ciò, il petrolio è fortemente rimbalzato sopra $50 con ripetute puntate verso i $60 quale livello successivo.

Gli Hedge funds hanno acquistato su questa prospettiva e all’11 ottobre detenevano una posizione lorda di lungo nel greggio WTI e Brent di 840 milioni di barili, a seguito di una delle più grosse impennate mai viste negli acquisti.

Questo accadeva solo un mese dopo che il petrolio subisse la maggior perdita settimanale in 10 mesi, mentre un sell off del 16% dal 10 ottobre spazzava via tutti i guadagni realizzati dal meeting di Algeri, toccando i $40/b invece dei $60/b. Cosa è cambiato?

Svariati membri dell’Opec tra cui Iran, Nigeria, Libia e più di recente anche l’Iraq hanno chiesto di essere esentati dai tagli mentre la Russia è tornata sui suoi passi dichiarando di voler al massimo congelare la propria produzione.

Le survey sulla produzione di ottobre indicano il cammino verso una produzione record dell’Opec – spiega Ole Hansen -, con incrementi dell’offerta da parte di Nigeria, Libia e Iran mentre anche la Russia ha raggiunto un livello record post-Soviet. Questi sviluppi sono stati accompagnati dal più forte incremento settimanale dello stoccaggio di cui si abbia traccia, e di conseguenza gli hedge funds hanno dovuto correre ai ripari per uscire dalle scommesse fallite ed ora in perdita su prezzi crescenti.

Negli ultimi anni, le posizioni speculative sono state uno dei driver principali di svariati movimenti di prezzo +20% in entrambe le direzioni. Interventi verbali non seguiti da fatti hanno lasciato gli attori di mercato nella posizione di inseguire il mercato, con risultati spesso in perdita.

Secondo Ole Hansen, una fase di rapida liquidazione di posizioni troppo estese, sia nel lungo che nel breve, è stata il key driver dietro svariati movimenti in su e in giù del 20-25% che si sono verificati nel giro di un paio di anni. Mentre i primi segnali di supporto del mercato da parte dell’Arabia Saudita lo scorso agosto hanno aiutato al recupero delle quotazioni con un rally del mercato del 22%, assistiamo oggi al contrario; senza un rinnovato focus sul taglio alla produzione, l’attuale sell off potrebbe non interrompersi prima che vengano ridotte le posizioni di lungo e questo potrebbe comportare un ritorno a $40/b.

L’aumento dell’offerta dalla Nigeria e dalla Libia e le previsioni per una intensa stagione di carico dal mare del Nord hanno messo sotto pressione gli spread del Brent. L’approfondimento dei contratti di riporto è un segnale forte di mercato eccedentario. Lo spread a sei mesi tra gennaio e luglio, come si vede qui sotto, è scambiato a $4/b.

Uno spread così ampio ha di nuovo riaperto i giochi per lo stoccaggio in mare aperto: i compratori prendono il petrolio consegnato, lo stoccano per sei mesi in mare su una superpetroliera e guadagnano dalla vendita a un prezzo a termine superiore del 9% circa all’immediato.

L’ultimo sell off del petrolio è arrivato a seguito della riunione tecnica tenutasi a Vienna la scorsa settimana, nella quale produttori Opec e non-Opec non sono riusciti a raggiungere un accordo su chi dovrà effettuare i tagli alla produzione, e di quanto – prosegue Ole Hansen -. La Reuters venerdì riportava il riemergere alla riunione di vecchie dispute tra l’Arabia Saudita e il rivale Iran, con Riad che minacciava di aumentare sensibilmente la propria produzione per abbassare i prezzi se l’Iran avesse rifiutato di limitare la propria fornitura.

In prospettiva, restiamo nella convinzione che l’Opec, con il rischio di un nuovo crollo dei prezzi, raggiungerà un accordo (di qualsiasi genere) visto che la maggior parte dei membri non può permettersi ulteriori ritardi nel raggiungimento dell’equilibrio di mercato.

Se questo accordo produrrà effetti che vanno oltre la stabilizzazione dei prezzi, rimane da vedersi. Il cammino verso il recupero e il riequilibrio proseguiranno nonostante l’Opec e la sua mancanza di cooperazione a rappresentarne sempre più la causa principale.

Il greggio Brent ha rotto il trend rialzista dal minimo di gennaio e appare sempre più brutto. Una rottura sotto $45/b innalza il rischio di una persistente debolezza verso il minimo di agosto a $41.5/b.

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