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Materie prime: petrolio Vs oro

Le materie prime mantengono la rotta verso la chiusura del primo anno record di rendimenti positivi, dal 2010. Ma con il Bloomberg Commodity Index cresciuto meno del 10%, tutto potrebbe ancora cambiare prima della fine dell’anno.

a cura della redazione Volcharts.com

Mentre il settore dell’energia continua la sua fase di stabilizzazione dopo un biennio di vendite, è stato il settore dei metalli preziosi che con guadagni del 29% ha contribuito a interrompere il cammino delle materie prime. La domanda globale di materie prime deve ancora riprendersi dato il permanere degli interrogativi sulla crescita globale. La maggior parte dei guadagni, invece – a parte i metalli preziosi – è stata dovuta all’aggiustamento nell’offerta, attraverso dovuti a tagli alla produzione (petrolio e metalli industriali) oppure interruzioni involontarie causate dal tempo (coloniali).

Petrolio
Ole Hansen, Head of Commodities Strategy in Saxo Bank, spiega che le aspettative di inizio 2016 indicavano per l’ultimo trimestre dell’anno una forte ripresa dei prezzi del petrolio. E si stimava che la prolungata debolezza dei prezzi avrebbe in definitiva innescato una forte crescita della domanda, riducendo gli elevati costi di produzione in maniera tale da equilibrare il mercato. Viceversa, il mercato del greggio rimane ancorato al range di 45-50 dollari al barile, anche se verso la fine dell’anno proverà a svincolarsi da tale livello. L’aumento della produzione Opec (derivante sia da nuove estrazioni sia da minori interruzioni delle forniture), congiuntamente all’aumento della produzione russa che ha ormai toccato livelli record, ha di nuovo ritardato il processo di ripristino dell’equilibrio.

Lo scorso trimestre ha inoltre evidenziato un aumento della resilienza tra i produttori americani di fascia alta, che stanno di nuovo aggiungendo piattaforme di trivellazione seppur in una fase di stabilizzazione della produzione. I produttori americani continueranno a trarre vantaggio da queste nuove opportunità di copertura sia nel 2017 sia nel 2018 - spiega Ole Hansen -.
Gli esperimenti delle banche centrali con i rendimenti negativi, nel frattempo, hanno spianato la strada a molti investitori che si sono preparati a prestare denaro al settore. A prescindere da tutto ciò, in futuro continueremo ad avere ancora bisogno di prezzi del petrolio più alti, per poter attrarre quegli investimenti necessari a garantire la stabilità degli approvvigionamenti. I produttori Opec, guidati dall’Arabia Saudita, hanno mostrato una crescente disponibilità a supportare i prezzi, visto che la durata del crollo sta durando più a lungo ed è molto più dolorosa di quanto ci si aspettasse all’inizio.

Nell’ultimo trimestre le attese sono per un prezzo del Brent che si mantenga nel range 45-50 - spiega Ole Hansen -. Un accordo tra produttori Opec e potenzialmente la Russia per congelare o addirittura tagliare la produzione non dovrebbe a questo punto avere riflessi positivi importanti sui prezzi. Questo viceversa ridurrà il tempo necessario a rallentare l’eccesso di offerta globale combinata del greggio e prodotti derivati. L’impatto duraturo di questa azione non verrà verosimilmente percepito prima del 2017, basandoci sull’ipotesi di una crescita continua della domanda globale. In un recente studio, la IEA (International Energy Agency) ha evidenziato che il rallentamento della crescita della domanda di petrolio da parte di Cina e India risulta maggiore di quanto previsto inizialmente, e dovuto al fatto che le condizioni macroeconomiche sottostanti permangono incerte. La maggior parte della volatilità del terzo trimestre deriva dagli hedge funds, la cui natura “rangebound” ha creato svariati falsi segnali in entrambe le direzioni. Tali segnali hanno a loro volta sostenuto un flusso continuo di posizioni speculative, che hanno contribuito alla creazione di una consistente volatilità. Nell’ultimo trimestre, i fondi rimarranno prevalentemente nel segno del Toro anche se le posizioni lunghe nette si sono ridotte del 40% rispetto ai picchi di aprile e agosto di quest’anno.

Oro
Elezioni presidenziali americane in dirittura d’arrivo, possibile aumento dei tassi a dicembre, la direzione imboccata dal dollaro, obbligazioni globali, crescenti preoccupazioni circa l’esperienza dei tassi negativi di svariate banche centrali, … sono solo alcuni dei temi con i quali gli operatori dell’oro si troveranno a dover fare i conti nei prossimi mesi - spiega Ole Hansen -. L’oro nel terzo trimestre si è mantenuto nel range determinatosi in seguito al voto Brexit del 23 giugno scorso. La richiesta degli investitori ha iniziato a calare con la diminuzione del prezzo del metallo giallo (inizialmente, tra 1.300 e 1.375 dollari per oncia). L’ammontare totale dei prodotti negoziati in Borsa è cresciuto del 38% durante la prima metà dell’anno, ma si è mantenuto pressoché piatto da allora - spiega Ole Hansen -.

Gli hedge funds hanno mantenuto negli ultimi tre mesi un’impostazione vivace e tendenzialmente rialzista. Più che una domanda fisica, è stata la domanda di investimento il driver principale dietro l’impennata dei prezzi  registrata a inizio anno. Mentre il totale delle attività attraverso le ETP e le posizioni dei gestori in future hanno raggiunto un livello inferiore solamente del 13%  rispetto al picco  2012, il valore nominale di questa posizione rimane sotto di circa il 35%. Il fattore che spicca tra i key driver del notevole rally dell’oro e dell’argento è stato il persistente crollo nei rendimenti delle obbligazioni globali, che ha ridotto e in taluni casi persino cancellato i costi opportunità di detenere oro rispetto a sicure obbligazioni statali con rendimenti bassi o negativi. Altri driver che continuano ad attirare attenzione sono stati l’ossessione dei mercati sul futuro dei tassi di interesse americani a breve termine,  l’andamento del dollaro e il trend generale dei prezzi delle materie prime nel loro insieme - spiega Ole Hansen -.

La direzione dell’oro nel lungo termine punti al rialzo, ma il comportamento del mercato nei mesi scorsi potrebbe suggerire che il metallo giallo abbia bisogno di un periodo più lungo di consolidamento, durante il quale potrebbe verificarsi un tentativo di scendere sotto il supporto di 1.300 dollari per oncia. Da una prospettiva tecnica, il rally dell’oro post Brexit si è esaurito a $ 1.375/oz, livello che coincide sia con il trend che discende dal picco 2012 sia con la correzione del 38,2% dei selloff avvenuta fino a Dicembre scorso. Un’eventuale rottura di questo supporto potrebbe vedere l’oro inizialmente puntare ad una risalita a $1,485/oz. Fino ad allora, Hansen riteniene che il rischio di perdite sia il peggiore tra quelli che si potranno presentare nei prossimi mesi. Una potenziale rottura del supporto sotto $ 1.300 potrebbe portare a conseguenze positive in quanto forzerebbe il mercato a reagire e ad uscire allo scoperto. E’ spesso durante periodi di debolezza che si verifica la possibilità di stimare la vera forza di un mercato, e dopo una crescita del 25% annuo, l’oro potrebbe ora trovarsi nella posizione di aver bisogno di un simile test. Esprimendo la nostra preoccupazione che l’oro possa riguadagnare forza nei prossimi mesi, guardiamo al nuovo impulso che l’oro denominato in altre valute potrebbe subire.

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