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L’Opec taglia la produzione. A parole: ma nei fatti?

L’Opec annuncia il taglio della produzione a 32,4 milioni di barili al giorno. La decisione presa a margine del summit informale di Algeri deve essere adesso ratificata ufficialmente nel corso del prossimo vertice che si terrà a Vienna il 30 novembre.

a cura della redazione Volcharts.com

Prima di quella data, stando a quanto ha anticipato il ministro dell'energia del Qatar Mohammed bin Saleh al-Sada, servirà un accordo politico circa il nodo delicato della ripartizione delle nuove quote fra i singoli Stati membri. L’Agenzia DPA riporta che l'Arabia Saudita avrebbe accettato di tagliare la propria produzione di 500 mila barili al giorno dagli attuali 10,6 milioni. L’Iran, dal canto suo, avrebbe accettato di mantenere la sua produzione intorno ai 3,7 milioni di barili, rinunciando a salire a quota 4 milioni. Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank, si pone alcune importanti domande su questa decisione.

Prima di tutto: quali sono i Paesi che procederanno al taglio della produzione, considerando che alcuni Stati membri, come la Nigeria, la Libia e l’Iran, saranno probabilmente esclusi dall’accordo? Chi compenserà il potenziale incremento della produzione di Nigeria e Libia? Verranno fatte delle stime indipendenti sulla produzione oppure ci si affiderà ai dati dei singoli Paesi, che spesso tendono ad essere superiori? Quando vedremo l’effetto del taglio? Ole Hanse ricorda che gli hedge-fund hanno aumentato la loro posizione lorda di vendita del 50% la scorsa settimana, prima delle recenti oscillazioni del prezzo. In futuro, il rally potrebbe proseguire se risultassero necessarie ulteriori riduzioni.Il Brent è ancora al di sotto del recente picco di agosto, quando il ministro dell’energia saudita si è espresso sulla possibilità di mettere in atto congelamento della produzione. Charles Whall, Portfolio Manager dell’Investec Global Energy Fund di Investec Asset Management, prevede che, entro fine anno, il prezzo del petrolio arriverà a 60 dollari al barile, dal momento che il sistema produttivo ci sembra sotto pressione, la capacità di riserva è minima e i produttori più grandi stanno soffrendo un deficit di budget o di liquidità. In particolare, pensiamo che l’Arabia Saudita stia forse spingendo la produzione più di quanto non sia sostenibile per loro, visto che le giacenze sono in calo dall’ottobre scorso.
Anche l’obiettivo dell’Iran di produrre oltre 4 mb/d ci sembra tirato. Il cambiamento della politica saudita, annunciato ieri, è secondo noi dovuto innanzitutto alla consapevolezza che il piano “Vision 2030”, per diversificare l’economia saudita, ha bisogno di un prezzo del petrolio maggiore, dal momento che a mettere in moto il piano è la vendita di un pacchetto azionario Saudi Aramco, che dipende dal prezzo del petrolio.

Qualsiasi accordo tra Iran e Arabia Saudita nello scenario attuale, in particolare con la partecipazione della Russia, è un segnale storico e molto positivo per la regione. Tuttavia, finalizzare l’accordo comporta una serie di rischi. Non pensiamo che verrà tolta dal mercato una grossa quantità di petrolio, né che dovrebbe, tuttavia questo dovrebbe bastare ad aumentare i prezzi, perciò il nostro price call rimane invariato. Aggiungiamo noi poi una considerazione. Il calo delle quotazioni del greggio ha permesso ai membri dell'OPEC di riguadagnare quote di mercato sui produttori nordamericani, i cui costi di produzione sono superiori a quelli del Medio Oriente e che con la crescita della loro attività ha causato l'eccesso di offerta alla base della caduta dei prezzi. Sulla partita del petrolio si inserisce, adesso, poi un altro importante elemento. Lo Stato islamico avrebbe perso il controllo di tutti i pozzi di petrolio in Iraq dopo essere stato cacciato la scorsa settimana dal distretto di Sharqat, nei pressi di Kirkuk. A riferirlo è stato il portavoce del ministero del Petrolio iracheno, Asim Jihad, precisando che l'esercito di Baghdad deve ancora riprendere il controllo del giacimento di Najma, nei pressi di Qayyara, a sud di Mosul, ma i suoi pozzi di petrolio non sono più accessibili al gruppo jihadista.

A fine agosto è stata liberata invece l'area di Qayyarah, dove nei giorni successivi i miliziani dello Stato islamico hanno dato fuoco ad alcuni pozzi di petrolio. Il ministero del Petrolio iracheno non si aspetta che la produzione dei pozzi di Qayyarah possa riprendere prima che si concluda la battaglia per la liberazione di Mosul, capitale de facto dell'Is in Iraq. I due principali siti petroliferi della regione, Qayyara e Najma, producevano prima della guerra intorno ai 30 mila barili al giorno.

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