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Le economie mondiali studiano come svalutare senza far danni.

E’ passato un anno da quando l’ improvvisa svalutazione dell’ 1,9% dello yuan, da parte delle autorità cinesi, scosse i mercati globali e fece percepire agli investitori il timore che fosse alle porta una guerra valutaria.
La Cina, oggi, sul fronte valutario ha di che essere tranquilla, poggiando la sua solidità su uno yuan artificialmente depresso, ma nessuno sa, nemmeno la Cina stessa, chi potrebbe uscire vincitore all’acuirsi di una simile contesa.
Ad oggi, la tentazione di ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti con una valuta più conveniente non è diminuita. In primo luogo, la svalutazione induce un aumento delle esportazioni rendendole, meno costose. Se un paese ha una notevole indebitamento verso l’esterno, una valuta più debole genera un trasferimento di ricchezza dai risparmiatori stranieri, verso l’interno. La #svalutazione, peraltro,  può anche stimolare l'inflazione a causa del maggior costo dei prodotti importati, spingendo verso l'alto il livello dei prezzi.
Negli ultimi anni, i governi delle principali economie hanno evitato di intervenire direttamente sui mercati valutari, preferendo utilizzare la politica monetaria per contribuire a ridurre il valore delle loro valute.
Queste politiche, in particolare in #Giappone e in Europa, sono presumibilmente destinate a far lievitare la domanda, ma le famiglie e le imprese hanno mostrato una sostanziale riluttanza ad attingere all’indebitamento bancario per finanziare i consumi o gli investimenti.
Da sottolineare invece come in alcuno casi si sia ricorsi ai tassi negativi per ridurre gli oneri da #indebitamento e, favorendo la fuga di capitali, creare pressione sulla valuta.
Non è chiaro, tuttavia, se questa strategia di svalutazione implicita possa ottenere per le economie benefici più ampi. Per prima cosa, una valuta più debole non garantisce più un aumento delle esportazioni, perché la domanda esterna continua ad essere lenta a causa del rallentamento della crescita globale. Inoltre, la complessità delle catene di fornitura globale odierna, con la produzione dislocata su più paesi, mina i vantaggi di una valuta indebolita.
Quando lo #yen era forte, le industrie automobilistiche giapponesi hanno trasferito gli impianti in luoghi meno costosi. Adesso però non sembrano voler riportare la produzione a casa. all'estero, forse perché domina la convinzione che lo Yen non tornerà forte come prima.

In molti paesi, le esportazioni stazionano su livelli più bassi che negli anni precedenti. Gli Stati Uniti in particolare, sono relativamente indipendenti, con le importazioni e le esportazioni che insieme rappresentano circa il 20 per cento del #PIL. Mentre l'Europa è più portata al commercio, la maggior parte di essa opera all'interno della zona di libero scambio, dove molte nazioni condividono la stessa moneta. Questo significa che uno yuan svalutato o artificialmente compresso, ha meno impatto sull'attività economica interna rispetto al passato.

Una valuta più debole riduce anche il potere d'acquisto dei cittadini. L'euro ha perso oltre il 30% del suo valore rispetto al dollaro, a partire dal 2011, incidendo fortemente sul reddito e la ricchezza dei consumatori della zona euro.

Una guerra valutaria si può vincere solo se un singolo paese ricorre alla svalutazione. Ogni nazione non può, per definizione, avere contemporaneamente la moneta più conveniente. Ciò non vuol dire che i paesi del mondo non cercheranno di ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti, ma le loro possibilità di successo sono più basse che in passato e per Europa pressoché nulle.

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a cura della redazione Volcharts.com

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