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La sterlina continua a tremare.

L’effetto della Brexit continua a pesare sulla sterlina. Nella giornata ieri la divisa britannica è scesa sotto 1,22 dollari. La Banca d’Inghilterra ha, quindi, aggiornato il tasso di cambio effettivo della sterlina, cioè quello calcolato rispetto alle divise dei principali partner commerciali, che ha toccato un minimo record di 73,38 punti.

a cura della redazione Volcharts.com

Quello registrato nella giornata di ieri è stato il livello più basso di sempre, peggio dei livelli toccati durante la crisi finanziaria, inferiore a quello certificato all'uscita dallo Sme del 1992 e perfino a quello toccato dopo la rinuncia al Gold Standard degli anni Trenta. Il dato, che la Bank of England aggiorna quotidianamente sul giorno precedente, si riferisce alla seduta di martedì. Non tiene conto quindi del mini-rimbalzo registrato dal pound che dal minimo di 1,2090 toccato nella serata di martedì ha riguadagnato quota 1,23 sul dollaro. Un recupero, quello della sterlina, di cui non hanno beneficiato i titoli di Stato del Regno Unito che sono stati pesantemente bersagliati dagli investitori sulla scommessa che un’eccessiva debolezza del cambio possa avere effetti inflattivi tali da costringere la Bank of England alla stretta monetaria.

Il rendimento del Gilt a 10 anni, in particolare, ha aggiornato i suoi massimi dal giorno del referendum toccando un massimo di giornata all’1,05%. Nelle ultime due settimane l’impennata dei tassi a 10 anni britannici è stata del 57%. Ricordiamo che la settimana si è aperta con un panic selling sulla sterlina, che ha spinto il cambio con il dollaro su un nuovo minimo dal 1985 a 1,184, motivato con lo scattare di ordini automatici al verificarsi di certe condizioni economico-politiche. La scorsa settimana si era chiusa con le dichiarazioni della Premier Theresa May sulle trattative con l’UE.

Intanto è arrivata la notizia che il governo di Theresa May avrebbe deciso di non bypassare il parlamento per far scattare l’articolo 50. I deputati della Camera dei Comuni e dei Lord avranno quindi la possibilità di pronunciarsi sui tempi e sulle modalità dell’uscita dall’Unione Europea. Considerando il fatto che la maggior parte dei politici con un seggio in aula era contrario alla Brexit è anche possibile che il processo di uscita dal blocco europeo venga intralciato dai parlamentari. Stando a quanto riportato da un portavoce della premier, la May ha semplicemente accettato di consultare i parlamentari sui piani del Governo, accettando che si tenga un dibattito in aula prima che venga fatto scattare l’articolo 50 dei trattati di Lisbona, che darà il via a un processo della durata di due anni.

Il ministro ombra per la Brexit, Keir Starmer, ha definito la decisione della premier come una vera vittoria per il Parlamento. I Laburisti hanno presentato anche 170 quesiti al Governo sul piano sulla Brexit, uno per ogni giorno da domani al 31 marzo del prossimo anno, data entro la quale May ha annunciato che avvierà il processo. Se da un lato i Laburisti hanno definito una vittoria la decisione di May, un deputato conservatore, sentito dal Guardian, ha ammesso che questa apertura garantisce che Camera dei Comuni dovrà approvare largamente la posizione negoziale prima che venga invocato l'Articolo 50. Una fonte di Downing Street ha sottolineato parlando all'Independent che i ministri hanno sempre detto "chiaramente che il Parlamento ha un ruolo importante da giocare e questa mozione riflette questa idea".

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