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L’Italia paga commissioni alle banche per far comprare titoli del debito pubblico

Caduto Berlusconi, perché lo spread con il Bund tedesco aveva superato i 500 punti e messo l’Italia sull’incudine della speculazione internazionale, si sono succeduti tre governi. Monti, Letta e Renzi. Lo spread si è sgonfiato fino anche sotto i 100 punti, per risalire fino agli attuali 142 e permesso all’Italia di navigare nelle acque pericolose della crisi del debito.Tra il 2011 e il 2014, quindi, i tre governi, ma specialmente quello di Monti e di Renzi, avrebbero sventolato come un loro successo personale il rientro delle spread con il bund tedesco

In realtà il calo del famigerato spread, come hanno riportato nei mesi scorsi i principali quotidiani economici, sarebbe costato ai contribuenti italiani poco meno di 17 miliardi di euro che sarebbe il costo di un’operazione in derivati, accordata alle banche per incoraggiarle a sottoscrivere debito pubblico italiano, sterilizzato del rischio di default

Le operazioni sarebbero ancora in essere e porterebbero in dote altre perdite per complessivi 42 miliardi, che andranno a gravare sul debito pubblico della nazione.

La fonte ufficiale della notizia è il rapporto di Eurostat sul debito pubblico degli Stati dell’Unione, dove in una nota è stato evidenziato l’ingente costo dei contratti derivati che il Tesoro italiano ha sottoscritto con 19 giganti internazionali del credito, per superare la diffidenza verso le aste dei titoli italiani e convincerle a partecipare per contrastare la salita dello spread.

Contratti che ex post si sono rivelati rovinosi, cumulando costi e perdite superiori al totale di tutti quelli sottoscritti dagli altri 18 paesi della zona euro. 

Ovviamente, tutte le controparti bancarie tra cui l’onnipotente Goldman Sachs, JP Morgan, HSBC, Ubs, per finire alla nipponica Nomura, tutte realtà di massimo livello della finanza internazionale, hanno concluso ottimi affari.

Per spiegarla a chiare lettere, le suddette banche, per partecipare alle aste dei titoli di debito italiani hanno ricevuto dal Tesoro una commissione. Insomma si sono fatte pagare il prezzo per il disturbo, senza il quale non avrebbero partecipato alle aste e lo spread sarebbe finito chissà dove.

Oltre al danno la beffa, in quanto le perdite sono maturate proprio perché i tassi sono mediamente scesi, anche se ultimamente ci sono stati lievissimi aggiustamenti al rialzo. I contratti sottoscritti sarebbero derivati di tipo IRS,  Interest Rate Swap, che servono a coprire il differenziale negativo dei tassi di interesse attualmente in capo alle banche sottoscrittrici.

Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. la perdita sui derivati è stata maggiore del risparmio che si sarebbe ottenuto sul pagamento degli interessi del debito pubblico, stretto in una trappola impossibile da disinnescare e vittima delle nefaste conseguenze finanziarie nel peggior momento della sua storia. Ecco spiegato perché il debito pubblico non scende mai.

Alla fine del 2014 gli strumenti derivati per la gestione del debito emesso dalla Repubblica italiana, ammontano a circa 159,6 miliardi di valore nazionale, come riportano fonti interne al Tesoro. Il valore di mercato, aggiornato allo scorso anno era negativo per oltre 40 miliardi di euro.

Sul problema, con tanto di numeri e cifre, è stato chiamato a riferire in Parlamento, che ha dovuto documentare lo stato delle perdite potenziali. Il Ministro, tuttavia, ha  ritenuto di non dover fornire spiegazioni, dicendo che Il livello di disclosure è già ampio e in linea con gli emittenti sovrani. Dettagliare il problema con numeri non è quindi possibile. Insomma, sul debito pubblico nazionale è calato il segreto di stato.

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a cura della redazione Volcharts.com

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