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Il referendum: le attese sul sì e quelle sul no

Il referendum del 4 dicembre sulla riforma della Costituzione deciderà la traiettoria di crescita a lungo termine dell'economia del Paese. Vediamo cosa potrebbe accadere nel caso in cui vincesse il sì, e nel caso in cui vincesse il no.

a cura della redazione Volcharts.com

Vittoria del sì

Viktor Nossek, Direttore della Ricerca di WisdomTree Europe, spiega che se la maggioranza schiacciante dei poteri legislativi fosse affidata alla Camera dei deputati, ciò ridarebbe slancio alla ripresa economica, in quanto progetti di riforma attesi da tempo in ambiti quali bilancio, spesa per infrastrutture, fisco, sistema pensionistico e mercato del lavoro dovrebbero essere ratificati più velocemente.

Al momento le riforme non sono abbastanza radicali per stimolare un cambiamento reale. Si consideri ad esempio la riforma del mercato del lavoro di Renzi (il cosiddetto 'Jobs Act'), entrata in vigore nel 2015 per allentare i vincoli in materia di licenziamento nelle grandi aziende, e offrire sgravi fiscali temporanei alle aziende che assumono lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Tuttavia, poiché tale legge si applica solo ai nuovi assunti, la situazione di grandi blocchi della forza lavoro, come i lavoratori del settore privato già occupati e i 3,5 milioni di lavoratori del settore pubblico, rimane inalterata. Pertanto, ci vorranno anni perché queste riforme riducano in maniera sensibile la disoccupazione, tempo che i politici italiani non possono permettersi se desiderano che il Paese rimanga nell'area Euro.

La minaccia più grave alla permanenza dell’Italia nell'area Euro è il grande debito pubblico. Nonostante le misure di austerità draconiana, e l’avanzo primario di bilancio, l'onere di rimborso del debito incide pesantemente sulle finanze – spiega Viktor Nossek -. Negli ultimi cinque anni, il governo ha risparmiato quasi 2 punti di PIL l’anno. Per contestualizzare meglio questa politica aggressiva di rigore, si pensi che il bilancio primario come percentuale del PIL nel 2015 ha mostrato che l’Italia (+1,6%) è, assieme a Germania (+2,3%) e Austria (+1,4%), uno dei maggiori risparmiatori a livello statale nell'Eurozona: ciò però non è ancora sufficiente a ridurre il debito pubblico. Con rimborsi di interessi e capitale che superano il 4% di PIL l’anno, la crescita del PIL nominale dell'Italia dovrebbe attestarsi ben sopra il 2% in futuro per crescere più velocemente del nuovo debito accumulato, presupponendo che i risparmi a livello statale rimangano gli stessi. A meno che la crescita non acceleri, e l’Italia riesca ad emergere su un piano solido come quello dei suoi pari europei, il debito pubblico, che ha ormai superato EUR 2,2 trilioni, ovvero il 133% del PIL, rimarrà il tallone d'Achille dell'Italia e dell'Eurozona.

Le riforme costituzionali diventano ancor più necessarie dato che, senza leve per invertire tale tendenza, l’Italia è adesso vulnerabile a shock esterni fuori dal suo controllo – spiega Viktor Nossek -. Ad esempio, la recente vittoria di Trump nelle elezioni USA ha causato uno spike nei rendimenti a lunga scadenza delle obbligazioni italiane nel mese di novembre, nonostante il programma di QE della BCE, e renderà più costoso il rifinanziamento del debito futuro. Alle difficoltà dell'Italia si sono andati ad aggiungere i terremoti di agosto e ottobre di quest'anno che, assieme alla crisi dei migranti – che vede l’Unione Europea totalmente incapace di impedire a migliaia di persone di sbarcare sulle coste italiane – hanno gravato sulle finanze al punto tale che il premier Renzi ha dovuto fare un passo indietro rispetto ai suoi obiettivi di disavanzo.

Sotto pressione in casa propria nello sforzo di produrre risultati tangibili a livello economico, Renzi sta mettendo a sua volta pressione sull’UE perché faccia marcia indietro sulle politiche di inasprimento fiscale, con l’ultima legge di bilancio presentata in ottobre che propone un innalzamento del rapporto deficit/PIL al 2,3% dal 1,8% per contrastare l'ascesa del populismo nel Paese. Comportandosi in maniera più populista sia in patria che all'estero, Renzi sta usando la legge di bilancio come una velata minaccia contro l'UE, che appare vulnerabile nel caso in cui un movimento euroscettico come quello dei Cinque Stelle assumesse le fattezze di un vero e proprio partito politico o facesse parte di un nuovo governo. Potrebbero poi esserci ulteriori effetti domino se partiti estremisti guadagnassero ulteriore popolarità rispetto ai principali partiti in paesi come Francia, Olanda e Germania, tutti paesi in cui si svolgeranno le elezioni politiche l'anno prossimo.

 

Vittoria del no

In mezzo a crescenti frustrazioni da parte degli elettori sul fiscal compact europeo, è irrealistico – politicamente ed economicamente – pensare che l'Italia possa accettare altre misure all’insegna dell’austerità. In questo contesto, il referendum rappresenta potenzialmente l’ultima possibilità dell'Italia di attuare cambiamenti strutturali – spiega Viktor Nossek -. Una vittoria del “No” scoraggerebbe futuri governi dal tentare riforme costituzionali per molti anni a venire, con l'Italia alla ricerca di un percorso alternativo basato, con ogni probabilità, su una crescita della spesa in deficit. Poiché Renzi sta già facendo marcia indietro sulla stretta di bilancio prevista, qualunque leader vada a sostituirlo potrà basarsi su tale precedente per accelerare lo stimolo fiscale.

L’ulteriore grave incertezza che circonda il "No" è il potenziale vuoto di potere che si andrebbe a creare se Renzi rassegnasse le dimissioni e si andasse a nuove elezioni. Si aprirebbero concrete opportunità per partiti euroscettici come il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord, che potrebbero guidare o far parte di un nuovo governo di coalizione. In particolare, sotto la guida del fondatore Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle potrebbe con ogni probabilità chiedere un referendum sull'Euro.

In uno scenario in cui, a seguito della “vittoria del No”, salga al potere un partito populista, le ripercussioni iniziali sui mercati finanziari non potrebbero che essere negative. È probabile che l’Euro sia oggetto di forti pressioni di vendita, poiché gli speculatori scommetterebbero sull’uscita dell’Italia dall’Eurozona e dalla stessa unione monetaria: all’orizzonte potrebbe esserci il ritorno della Lira, una maggiore inflazione e una spesa in deficit. I rendimenti dei titoli italiani a lungo termine potrebbero riprendere la loro ascesa, scavando un solco tra l'Italia e altri paesi fortemente indebitati come Portogallo, Belgio e Spagna da un lato e i paesi più sani dell'Europa core, guidati dalla Germania, dall’altro. L'epicentro di ciò è costituito dalle banche italiane che, detenendo EUR 445 miliardi di titoli governativi– per lo più italiani – nei propri bilanci, pongono il più grande rischio sistemico per l'Eurozona.

 

Nuovi rischi sistemici per le banche

Dal 2016, gli Stati membri dell'UE, tra cui l'Italia, devono attenersi a regolamenti che impediscono gli aiuti di stato per le banche in difficoltà, a meno che non venga prima imposto il cosiddetto “bail-in” su azioni e debito subordinato, in modo da ridurre il conto finale per i contribuenti – spiega Viktor Nossek -. L'applicazione della regola "nessun bail-out senza bail-in" per i salvataggi bancari nell’Eurozona significa che il bail- in dei quattro istituti di credito regionali quest'anno ha avuto un costo enorme per migliaia di singoli risparmiatori che, oltre ad essere titolari di un conto presso questi istituti, ne possiedono in genere anche le obbligazioni. Si stima che le famiglie e gli investitori al dettaglio in Italia detengano circa 200 miliardi di Euro di obbligazioni bancarie, il che rappresenta uno dei principali ostacoli per il governo italiano nel momento in cui si trova ad affrontare la ristrutturazione del settore bancario, in quanto deve evitare di infliggere perdite potenzialmente molto più grandi alle famiglie e agli individui. Gli sforzi per ricapitalizzare le banche utilizzando fondi di investitori privati, strutture fuori bilancio, riduzione dei costi e azioni di consolidamento, sono stati insufficienti per ristabilire la fiducia. Vedendo le difficoltà di Renzi, e il duro colpo alla sua popolarità, i futuri leader d’Italia faranno affidamento sugli aiuti di Stato come unico mezzo per sopravvivere politicamente alla tempesta.

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