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Gli Usa alzeranno i tassi? Si o No?

Dai verbali della riunione di politica monetaria della Bce dello scorso 8 settembre emerge che è di cruciale importanza mantenere il sostegno monetario e che il Consiglio direttivo non deve essere influenzato dalle aspettative del mercato, ma rimanere focalizzato sul raggiungimento dell'obiettivo della stabilità dei prezzi nel medio termine.

a cura della redazione Volcharts.com

Facciamo un po’ di ordine, cosi ci capiamo. Iniziamo con il dire che l’ammontare del debito americano si avvicina ai 20.000 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. 

Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi, pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. Un boost inarrestabile che ha portato il debito pubblico Usa a triplicare in 15 anni, relativizzando persino il debito italiano e quello nipponico. Lo stesso andamento si è avuto per il debito delle corporation private non finanziarie,  che oggi ammonta a 6.600 miliardi di dollari. Era di 3.300 miliardi nel 2007. Fate quindi i conti. 

Di conseguenza non ci si deve stupire dell’attuale stratosferica cifra di quasi 64.000 miliardi di debito totale americano, tra governo federale, Stati, enti locali, multinazionali, famiglie e ipoteche. Era di 28.600 miliardi nel 2000.

Fatti due conti, possiamo dire che la brusca accelerazione del debito si è avuta nel periodo post crisi 2008, per cui è lecito pensare ( e non andremmo tanto lontano dalla realtà ) che gran parte del debito più recente è stato contratto per tappare i buchi di bilancio, per evitare i fallimenti di banche e multinazionali e non per sostenere la crescita.

Adesso andiamo a vedere chi detiene tutto questo debito.

I primi due paesi che hanno in pancia il debito Usa,  sono Cina e Giappone, ma la notizia vera è che al terzo e quarto posto di questo graduatoria ci sono le Isole Cayman e l’Irlanda, il cui debito supera il suo PIL. 

I numeri sono questi: 

  1. Cina: 1245 miliardi di dollari
  2. Giappone: 1137 miliardi di dollari
  3. Isole Cayman: 265 miliardi di dollari
  4. Irlanda: 264,3 miliardi di dollari

Se si pensa che famiglie e risparmiatori detengono in portafoglio titoli di Stato Usa per 13.800 miliardi di dollari (76% del Pil Usa) e che quasi la metà di questa cifra (6.200 miliardi) appartiene a investitori esteri, i rischi di un effetto a catena provocato dalle manovre della Fed sui tassi o da quelle della Cina (primo acquirente di T-bond con 1.250 miliardi di dollari in portafoglio) per sostenere lo yuan, provocherebbe uno sconquasso finanziario per molti, Stati compresi. Dimenticavo, la FED, a seguito del QE, detiene in portafoglio circa 2500 miliardi di dollari di titoli di debito.

Il sistema finanziario Usa, ma analogicamente anche quello mondiale, aumentando i tassi rischiano di esplodere per l’effetto combinato delle manovre monetarie straordinarie in corso in Europa (Quantitative easing) e in Giappone, oltreché per le distorsioni che queste stanno generando sui mercati, obbligazionario e borsistico, oltre a quello valutario e delle materie prime.

  1. Questo è l’antefatto.  Il Post-fatto è che gli Stati Uniti sono stretti in una morsa che impedisce loro di assumere una decisione con le palle e che invece li costringe a scimmiottare con il mercato…”alziamo i tassi, anzi…NO”. 

Fino a quando gli Usa riesciranno a scaricare il proprio debito sul resto del mondo, oltreché al suo interno, avranno mano libera per creare la liquidità necessaria, stampandola senza sosta, per finanziare il proprio debito, prescindendo dalla loro effettiva capacità economica e finanziaria. Per cui, da questo punto di vista, converrebbe non alzarli e il che darebbe ulteriore ossigeno alle imprese.

Back to the start. Gli Usa alzeranno i tassi o no? I mercati pensano di no, come si evince dall’unico strumento di valutazione oggettiva, i tassi IRS, ma questo però può anche essere ricondotto alla perdita di autorevolezza della FED, per la disgraziata scelta fatta anni fa sulla linea comunicativa da tenere con i mercati, cioè di cercare sfacciatamente un feedback di azione e reazione con la comunità degli investitori. Come un professore che anticipa la data dell’interrogazione dell’alunno che non arriva mai.

E cosa succederà quando gli Usa riprenderanno ad emettere prepotentemente titoli per finanziare il loro debito? La risposta è che i tassi dovranno salire, altrimenti si rischia che le aste vadano deserte. E quelli che detengono le vecchie emissioni? Se Cina, Giappone e compagnia aprono i rubinetti, per disfarsi delle vecchie emissioni, chi assorbe questo Tsunami di titoli? Li ricompra la Fed? E via….altro debito.

La situazione è questa e lo sanno benissimo le Banche Centrali, non c’è bisogno di un genio per capirlo.

La FED è quindi in crisi. Una crisi decisionale motivata dal fatto di essere costretta dalla reale situazione debitoria a tenere bassi i tassi, se non a portarli a zero, ma con l’impellente bisogno di alzarli per attrarre gli investitori e tenere a galla la barca. 

Per cui, qualsiasi cosa deciderà farà solo danni. Si tratta di capire se questi danni vorrà esportarli in giro per il mondo come solitamente fa con l’uranio impoverito, allora li alzerà, oppure vorrà leccarsi le ferite al suo interno, allora sarà un nulla di fatto…e comprerà altro tempo in attesa che la crescita, quella vera, si riaffacci di nuovo.

Ci sarebbe una terza opzione…per il momento lasciamola lì.

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